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19 agosto 2008

Le lacune del libro verde sul lavoro

Di Luciano Gallino

Il modello per l lavoro è sempre più chiaro: arbitrio per il padrone, e salario sempre più basso. In una parola: il lavoro ridiventa servile. La Repubblica, 14 agosto 2008

A fine luglio il ministero del Lavoro ha diffuso un Libro Verde (LV) sul modello sociale, titolo La vita buona nella società attiva. In esso vengono delineate le politiche che il ministero intende perseguire relativamente a mercato del lavoro, previdenza e sanità. Una consultazione pubblica sulle questioni sollevate dal LV resterà aperta per tre mesi. Dopodiché le principali opzioni politiche che emergeranno da tale consultazione saranno sintetizzate in un Libro Bianco (LB) che servirà di base alle proposte che il Governo formulerà per l´intera legislatura.

La maggior parte delle 22 pagine del LV sono dedicate a questioni, anche molto tecniche, attinenti alla sanità. Per ragioni di competenza, su questo tema mi limiterò a rilevare verso la fine un´omissione che mi pare di peso, per soffermarmi invece sui temi pensioni e lavoro. Nel LV, sebbene siano sparsi in vari box e passi isolati, essi formano un quadro organico che lascia intravedere chiaramente le politiche che il ministero conta di adottare.

Quali esse siano in ordine alle pensioni si può desumerlo dalla prima pagina del LV. La composizione della nostra spesa sociale sarebbe "manifestamente squilibrata in favore della spesa pensionistica". Segue tabella in cui detta spesa appare superiore dal 2005 al 2020, come percentuale del Pil, di almeno tre punti e mezzo a confronto della Ue a 15. Il 14% e passa contro il 10,5%. Un´enormità, corrispondente a oltre 50 miliardi di euro di spesa in più. Se non fosse che ancora una volta si confrontano qui, in gergo statistico, cavalli e mele. Nella tabella citata, come in dozzine di altre fatte circolare in questi anni, la spesa pensionistica italiana appare superiore alla media Ue per tre motivi. In primo luogo si prende a riferimento la spesa totale dell´Inps, anziché la spesa per le pensioni pubbliche in senso stretto. In realtà la spesa totale è gonfiata da interventi assistenziali per decine di miliardi che sono stati accollati a un ente previdenziale come l´Inps, per cui diventano "pensioni". Per contro in altri paesi lo stato provvede ad esse, quando lo fa, usando voci diverse del pubblico bilancio. Al netto delle spese assistenziali la spesa per le pensioni pubbliche erogate dall´Inps e altri enti costituiva nel 2005 non il 14, bensì l´11,7% del Pil.

In secondo luogo la spesa pensionistica italiana è gravata dai passivi derivanti dall´avere usato per decenni i pensionamenti anticipati come ammortizzatori sociali. Queste spese spariranno con il tempo, ma per ora i passivi dei fondi trasporti, elettrici, telefonici, dirigenti d´azienda, cui vanno aggiunti quelli dei coltivatori diretti, pesano in totale per almeno un altro punto percentuale. In terzo luogo, le nostre pensioni figurano come voce di spesa al lordo dell´imposta sui redditi, mentre grandi paesi come la Germania le versano al netto, con limitate eccezioni per le pensioni più elevate. Ciò significa che i pensionati italiani restituiscono allo stato intorno ai 28-30 miliardi di euro l´anno, circa due punti di Pil, mentre quelli tedeschi e altri non restituiscono quasi nulla. A conti fatti, i nostri pensionati forniscono un sostegno significativo al bilancio pubblico.

L´uso improprio dei dati apre la porta nel LV a ricette già viste per una politica della previdenza. Anzitutto si dice che i coefficienti previsti dalla legge Dini, applicando i quali si stabilisce di quanto la pensione sarà ridotta rispetto alla retribuzione – coefficienti il cui metodo di calcolo rimane misterioso – saranno probabilmente insufficienti; in chiaro, dovranno forse essere ulteriormente appesantiti. Poi l´età minima della pensione dovrebbe salire al disopra del limite già previsto dei 62 anni (ma è solo un´idea, ha precisato il ministro). Infine si afferma che occorre una maggior diffusione della previdenza complementare. Sembra qui che i collaboratori del LV non sapessero in quali condizioni versano oggi i fondi pensione britannici e americani, non solo a causa della crisi del sistema finanziario.

Quanto alle politiche del lavoro delineate nel LV, esse paiono ispirate in generale dal criterio di proseguire con la de-regolazione dei rapporti di lavoro, ovvero con una maggior dose di flessibilità; nonché, più specificamente, dalle riforme operate in Germania nel decorso decennio mediante le leggi Hartz. Alla base di tali leggi v´è il concetto di responsabilità e attivazione personale. Esso significa che chi ha perso il lavoro, o stenta a trovarlo, oppure ne vorrebbe uno migliore, deve sentirsi responsabile della sua situazione e darsi da fare, ossia attivarsi, per migliorarla. Solo a tale condizione sarà "preso in carica" dalla collettività, formata da una molteplicità di attori pubblici e privati, che provvederà a trovargli una occasione congrua di lavoro e/o un percorso formativo di qualificazione professionale. Il concetto è ripreso tal quale dal LV, incluse le conseguenze per chi devia dal retto cammino. Se non si comporta in modo sufficientemente responsabile e attivo, magari perché l´occasione di lavoro non gli sembra "congrua", o il "percorso formativo" poco adatto, sarà sanzionato con la decadenza dalla indennità di disoccupazione o altri benefici. Poste simili basi, il LV conclude chiedendosi se non esistano le premesse per "un rinnovato clima di fiducia e complicità tra capitale e lavoro che consenta di cementare… una alleanza strategica tra gli imprenditori e i loro collaboratori".

In Germania si moltiplicano intanto i rapporti di ricerca sui risultati delle citate riforme. Se si tolgono quelli di enti troppo interessati a mostrare che tutto va bene – tipo la Bundesbank o l´Agenzia federale per il lavoro – le conclusioni sono unanimi. Le riforme hanno esercitato una pressione efficace al fine di tener bassi i salari. Han così giovato alle esportazioni, ma hanno anche seriamente limitato i consumi delle famiglie. Sono stati creati milioni di cosiddetti minijobs, posti di lavoro da 15 ore la settimana e non più di 400 euro al mese. E´ notevolmente cresciuta la precarietà. I lavoratori poveri sono saliti al 22% degli occupati. Le riforme non hanno invece accresciuto per niente il volume totale di ore effettivamente lavorate. Tra il 1991 e il 2006 esse sono anzi diminuite di quasi quattro miliardi. Se questi sono i risultati di riforme fondate su maggior flessibilità, responsabilità e attivazione personale, non pare il caso di imitarle come fa il LV. E fanno nascere seri dubbi circa la proposta di fondare su di esse un clima di fiducia e complicità tra capitale e lavoro.

Del LV vanno segnalate infine due omissioni. Anzitutto nel testo, seppur così largamente dedicato alla sanità, gli incidenti sul lavoro sono menzionati solo una volta. Meglio di niente. Non compaiono invece per nulla le morti correlate a malattie professionali. L´Organizzazione Internazionale del Lavoro stima che esse siano almeno quattro volte superiori alle morti per incidenti, e siano in aumento anche nei nostri paesi per diversi motivi. E´ sperabile che nel transito dal LV al Libro Bianco il ministero trovi modo di inserire anche tale questione.

Dubito invece che ad un´altra omissione si trovi rimedio. Il LV non prova nemmeno ad abbozzare un´indagine delle cause globali che hanno generato i problemi di cui tratta, a partire dalle condizioni di lavoro e della salute collettiva. Si possono compendiare in una sola: l´enorme disuguaglianza di reddito e di ricchezza che si è prodotta negli ultimi decenni, nel nostro come in altri paesi. E´ da questa che si dovrebbe partire per rivedere il modello sociale.


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17 agosto 2008

Un bel lavoro: a Torino dal 4 al 6 settembre


Purtroppo io mi perderò questa iniziativa poichè sarò all'Isola d'Elba a dichiararare la dittatura del proletariato con Guerrino ma voglio segnalare un'iniziativa che mi sembra interessante. Per ulteriori informazioni leggete qui.

VI Forum "L'impresa di un'economia Diversa"

Sbilanciamoci! organizza a Mirafiori il suo Forum annuale, quest'anno dedicato al lavoro
Si terrà dal 4 al 6 settembre prossimi, a Torino, quartiere Mirafiori Nord, il forum annuale della campagna Sbilanciamoci! L’impresa di un’economia diversa giunto ormai alla sua sesta edizione.
Un bel lavoro è il titolo del forum di quest'anno. Dopo il drammatico aumento della precarietà e degli incidenti sul lavoro, Sbilanciamoci dedica il forum di quest'anno ai temi del lavoro e della sostenibilità di un modello di sviluppo fondato sull'automobile e la grande fabbrica che ha avuto nella città di Torino la sua massima espressione.
Mirafiori come simbolo di un modello industriale che ha caratterizzato un certo sviluppo economico del dopoguerra; Torino come la città delle grandi fabbriche per antonomasia e dei recenti incidenti sul lavoro, città si presta a una riflessione sul sistema delle imprese, modello di sviluppo e mondo del lavoro, temi che da anni sono al centro dell'impegno della campagna Sbilanciamoci.
Il forum di quest'anno -che si tiene alla Cascina Rocca Franca - prevede la presenza di oltre 50 relatori italiani e stranieri che interverranno in sei sessioni plenarie eotto gruppi di lavoro tematici. Una sessione di quest'anno - dedicata al tema delle “nuove solidarietà” - viene organizzata in collaborazione con FIOM e FIM e prevede la partecipazione di delegati sindacali dal Brasile, dalla Serbia, dalla Turchia, dalla Polonia: laddove i temi della delocalizzazione della produzione e delle politiche delle multinazionali, e i diritti dei lavoratori si intrecciano con quello delle popolazioni e dei territori oggetto delle nuove politiche di sviluppo industriale e delle politiche neoliberiste.


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1 agosto 2008

Il comma 22 del dipendente

Di Luciano Gallino

Il secondo principio della politica di Berlusconi: oltre alla privatizzazione dei beni comuni, il disprezzo per i diritti del lavoro. La Repubblica, 28 luglio 2008

Quando un governo è intimamente orientato da idee di destra, quale che sia la sua auto-etichettatura politica, in tema di politiche rivolte a peggiorare le condizioni di lavoro ci si può aspettare veramente di tutto.

In Francia sono state appena eliminate di fatto le 35 ore introdotte dieci anni fa dal governo socialista di Jospin come orario normale ed effettivo del lavoro settimanale. I governi Blair e Brown hanno fatto di tutto – riuscendoci, alla fine, pochi mesi fa – per far approvare dai ministri degli Affari sociali europei una norma che permette alle imprese di costringere i lavoratori a seguire orari compresi tra le 60 e le 78 ore la settimana. L’ultima trovata del governo Berlusconi batte però ogni precedente, quanto a disprezzo per le persone che si guadagnano da vivere alle dipendenze di un’impresa e adozione esplicita di misure che tolgono ad esse ogni possibilità di difesa, mentre introducono tra i lavoratori stessi forme clamorose di ingiustizia sociale.

Il nocciolo della trovata è noto. Finora un lavoratore titolare di un contratto a termine, come dipendente effettivo o come finto autonomo (è il caso dei lavoratori a progetto), il quale riteneva che il contratto medesimo fosse viziato da qualche irregolarità poteva far ricorso al giudice del lavoro. Se quest’ultimo stabiliva che il contratto era effettivamente irregolare, una condizione che sicuramente sussiste, tra gli altri, proprio per decine di migliaia di lavoratori a progetto, poteva imporre all’impresa di trasformare il rapporto di lavoro precario in un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Ora non più. Il governo intende togliere al giudice simile facoltà. Salvo ripensamenti dell’ultima ora, un emendamento della finanziaria stabilisce infatti che l’impresa colta in fallo è tenuta al massimo a versare al soggetto alcune mensilità di stipendio, a titolo di indennizzo. Né ha l’obbligo di rinnovare almeno il contratto a termine. Le conseguenze a carico dei lavoratori interessati sarebbero esilaranti come il famoso Comma 22 (se vuoi essere esonerato dalle missioni pericolose devi essere dichiarato pazzo, ma nessuno può essere dichiarato tale se chiede l’esonero) se non fossero drammatiche.

Anziché passare da una condizione di precarietà lavorativa ed esistenziale alla modesta sicurezza che offre oggi un contratto a tempo indeterminato, la persona che protesta per le irregolarità che subisce rischia di perdere pure il contratto a termine.

Da parte loro le imprese non tarderanno ad approfittare della nuova normativa. Dinanzi alla prospettiva di perdere anche il posto da precario, pochi lavoratori oseranno rivolgersi al giudice, reso ormai impotente dal nuovo dispositivo. Territori sterminati si aprono quindi per la moltiplicazione dei contratti a termine, quasi non bastassero quelli che già impoveriscono la vita di alcuni milioni di persone. Intanto si inasprirà il conflitto tra chi ha un lavoro stabile, e teme sopra ogni altra cosa di finire catapultato nella massa di coloro che per decenni un lavoro stabile non sanno nemmeno che cosa sia.

Si dice che la trovata di togliere potere ai giudici del lavoro, annerendo al tempo stesso le prospettive di lavoro e di vita di tanti precari, sia motivata dal fatto che migliaia di lavoratori delle Poste che hanno un contratto a termine hanno fatto causa all’azienda. Se il motivo fosse davvero questo, la trovata in parola non solo apparirebbe ancora più meschina di quanto già non sia. Sarebbe anche rivelatrice di che cosa debbono attendersi i lavoratori italiani per quanto riguarda le intenzioni già annunciate dal governo di procedere a ulteriori riforme del mercato del lavoro. Si parte da situazioni specifiche, che magari fanno problema ma richiederebbero soluzioni altrettanto specifiche, per ridurre all’impotenza e al silenzio la massa dei lavoratori dipendenti. 


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19 giugno 2008

I due volti del lavoro offeso

Di Luciano Gallino

SARA' INTERESSANTE vedere come i ragazzi hanno interpretato questo tema. Perché oggi la sicurezza del lavoro ha due facce, e ambedue sono offese. Della prima parla ogni giorno la cronaca. Dopo una promettente discesa, da molti anni il numero dei morti e dei mutilati sul lavoro si mantiene stabile su un livello scandalosamente alto. La recente legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro ha quasi un anno, ma si tratta d'una legge delega, e prima che i relativi decreti attuativi producano i loro sperabili effetti ci vorranno anni.

L'altra faccia del lavoro offeso è l'insicurezza dell'occupazione che attanaglia masse di lavoratori. Milioni di essi hanno contratti a termine, al di là dei quali è impossibile vedere. Altri milioni hanno un posto di lavoro a tempo indeterminato, ma debbono chiedersi ogni giorno se e quando un padrone invisibile non deciderà di sopprimerlo perché non rende abbastanza, o di trasferirlo in un altro paese dove il suo costo sarebbe dieci volte più basso. Le cause della doppia insicurezza del lavoro sono molteplici; non l'ultima di esse è la povertà delle culture che studiano il lavoro, lo governano, e costruiscono politiche e leggi per regolarlo. E' bene che nel luogo dove tali culture si formano i ragazzi comincino a discuterne.

30 maggio 2008

Mindfucking



Proprio i detenuti più intelligenti [nei campi di sterminio] erano i primi a comprendere appieno l'assenza di speranza della loro condizione e ad esserne distrutti.

In quelle condizioni estreme sopravvivevano con (relativa) maggiore facilità le persone dotate di minore immaginazione e intelligenza, perchè erano meno colpite dall'orrore della propria condizione, concentrandosi con più facilità e più ottusa ostinazione sulla sopravvivenza quotidiana.


Stefano Re, Lorenzo Ait, Mindfucking II Nuove istruzioni per fottere la mente, Castelvecchi Editore, Ariccia (Rm), 2007


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2 maggio 2008

La classe operaia va all'inferno



Da questa settimana è possibile acquistare in edicola un documentario in dvd della regista Simona Ercolani sulla tragedia della Thyssen Krupp.

Mentre la sinistra italiana trascorre il primo maggio tra insulti e accuse sulla débâcle elettorale, apprestandosi a risorgere con falce e martello tra i denti e il governo ombra di Veltroni promette una strenua opposizione ma anche dialogo sulle riforme, tre persone al giorno muoiono in questo Paese nei posti di lavoro.

A pensarci bene è un po' come una roulette russa, tutti i giorni più di 25 milioni di abitanti in Italia vanno a guadagnarsi da vivere, di questi almeno tre non faranno ritorno a casa ma nessuno sa chi saranno, potrebbe essere un amico, un congiunto, quello che si siede vicino a noi sulla metropolitana o sull'autobus.  Toccatevi pure gli zebedei ma la realtà è proprio questa.

Nel vedere questo documentario però ci si accorge chiaramente che nulla di tutto quello che è avvenuto è stato casuale e che questi operai erano da tempo "morti che camminano", spegnavano settimanalmente incendi lungo la linea di produzione con mezzi inadeguati e mal funzionanti.

Vittime sicuramente di quello che noi definiamo "precarietà", della corsa ai profitti e del menefreghismo dei padroni ma forse anche dell'indifferenza ormai politicamente e umanamente trasversale. Siamo abituati a vedere in prima serata donne squartate, violentate, bambini segregati nelle cantine, quanto ci può ancora colpire qualcuno che ci racconta di una vita lavorativa infernale? Eppure questi operai avranno ben avuto amici, famiglia, una rete di relazioni, qualcuno con cui avranno parlato ma temo che la reazione sia stata quella di sentirsi dire che "di problemi ne abbiamo tutti, chi più, chi meno"....

Al di là delle gravi (ir)responsabilità  imprenditoriali  mi sembra che forse sia  necessario fare i conti con un tessuto sociale ormai povero e fatto di rapporti che si basano anche inconsapevolmente su uno scambio di tipo materiale, con una nostra incapacità sempre maggiore nel vedere i problemi dalla prospettiva di qualcun'altro.

Penso che la sinistra dovrebbe ripartire dalla ricostruzione di questi rapporti e da una rete gratuita che preveda lo scambio di conoscenze e competenze, non è necessario immolarsi al volontariato organizzato ma basterebbe tenere un atteggiamento "anticompetitivo" nella nostra quotidianità, per questo la teoria economica della decrescita, anche se per alcuni versi ancora molto grezza, contiene elementi veramente rivoluzionari.

Per tornare al nostro documentario credo sarebbe bene acquistarlo o scambiarselo perchè fa parte della nostra memoria, perchè è un buon prodotto non privo di qualche astuzia nel montaggio e perchè la fisicità e il modo di parlare di questi operai stride molto con l'understatement sabaudo.

L'intervista finale alla sorella di una delle vittime ricorda veramente il film Dead man walking, quando il padre della ragazza violentata e uccisa da Sean Penn guarda da lontano il funerale dell'assassino condannato a morte e dice a Susan Sarandon di aver sempre una grande rabbia dentro "nonostante giustizia sia stata fatta".
Anche per la vicenda Thyssen quando la giustizia avrà fatto il suo corso, chissà quando e come, non ci sarà contrappeso alla devastazione che la morte di questi "sommersi"  ha prodotto nei "salvati".

I dettagli del documentario:
Simona Ercolani, "La classe operaia va all'inferno", Edizioni La Repubblica - L'Espresso,
Euro 9,50

1 maggio 2008

Primo maggio



Partecipare alla manifestazione del primo maggio per me è un po' come per i cattolici uscire dalla chiesa dopo la messa, incontro persone di cui avevo perso le tracce, saluto gli amici, si chiacchiera del più e del meno, "Cosa fai?... Ti hanno rinnovato il contratto? ... Come te la passi? ..Hai più sentito Tizio o Caio?".

Normalmente mi metto al lato di via Po opposto a quello del Rettorato e guardo i gruppi sfilare, prima i sindacati, la cui coda viene chiusa dalla Fiom, poi i partiti e le associazioni, infine quelli che erano già extraparlamentari prima che il voto di due settimane fa rendesse tale anche me, autonomi, anarchici, comunisti combattenti e il gruppo di "lotta comunista", serissimi e composti nel loro completo scuro corredato di cravatta.

Non ci vuole molto a capire che quest'anno tira un'aria molto diversa, non incontro quasi nessuno dei miei conoscenti, anche quelli che mi avevano detto che ci sarebbero stati, vedo sfilare il Pd e vengo assalita da un senso di profondo fastidio, primo perchè, come quelli dell'Arci, stanno percorrendo la via preceduti da un mezzo a gasolio altamente inquinante e poi non riesco a a fare a meno di pensare che se una parte dei cittadini italiani non è più rappresentata in Parlamento sia un po' anche colpa loro.  Ho sempre creduto in una prassi civile nel rapportarsi con chi non la pensa come me, per la prima volta però mi piacerebbe essere provvista di uova e ortaggi per tirarglieli contro. Lo so, è un brutto pensiero, imparerò a conviverci.

C'è poi la sfilata di tutte le falci e martello, Rifondazione con in testa  Bertinotti, mesto ma dignitoso alla sua prima uscita pubblica dopo le elezioni, Pdci con Dilberto che va di nuovo d'accordo con Rizzo, Ciro Argentino che strilla al megafono qualcosa su Fidel Castro (mah...) e alcuni militanti con le banidere della Cina (ma gliel'hanno detto che la Cina è un paese capitalista???),  Sinistra Critica e un abbronzatissimo Ferrando con il Partito Comunista dei lavoratori.

Ragazzi che disastro, vederli nella loro velleitarietà e inconsistenza mi fa star male, sembra veramente un incubo.

Un primo maggio in cui non si parla di lavoro, ci si conta come reduci e si sfila divisi urlando slogan macchiettistici. Ecco la sinistra che piace a Berlusconi (e a Veltroni)


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23 aprile 2008

Morire di lavoro - il documentario



Nella vita di ciascuno di noi c’è sempre un “prima e un dopo”.  Chissà quante volte ci siamo soffermati a pensare come fosse la nostra vita prima di un incontro, del matrimonio, di un figlio, di un traguardo raggiunto negli studi o nella professione o qualunque altra esperienza particolarmente importante o coinvolgente.

Anche l’ultimo documentario di Daniele Segre, Morire di lavoro, segue un po’ questa linea di pensiero, la differenza è che a fare da spartiacque “del prima e del dopo” è stato un incidente mortale o invalidante che ha cambiato l’esistenza a famiglie intere.

Il documentario consta di decine di interviste frontali a operai edili o alle loro vedove, nella maggior parte dei casi i contenuti sono agghiaccianti.

Per una persona come me che rifugge un po’ le attività manuali ed è perennemente attaccata al pc è quasi commovente ascoltare questi lavoratori dire “il mio sogno è quello di manovrare un escavatore”, “mi piace costruire case, penso di fare qualcosa di utile per la collettività”, “quando vedo quel ponte so che lo ha fatto mio marito”.
Abituata, come sono, a misurare la mia insoddisfazione e ascoltare quotidianamente quella altrui mi rendo conto di aver sentito raramente qualcuno affermare di amare il proprio lavoro.  Perché, allora, persone che svolgono con impegno una professione, cosa sempre più rara invece nel nostro terziario, escono tutte le mattine di casa con una certa percentuale di rischio di non farvi ritorno?

Le spiegazioni dei motivi di questa “guerra civile” possono essere diverse, quella più ricorrente è la corsa al profitto, il non rispetto della vita umana e la mancanza di responsabilità  da parte di quelli che il leader del maggiore partito di opposizione chiama "produttori”, accomunandoli a noi salariati poiché partecipiamo tutti insieme appassionatamente alla costruzione del pil. Non credo però che i soli a mancare di responsabilità siano gli imprenditori ma questo è un discorso molto complesso.

Il documentario merita di essere visto o ordinato attraverso il sito del regista anche perché al momento, come giustamente faceva notare Marco in un commento al post precedente, non si trova un distributore che ne permetta una proiezione come un qualunque altro film e forse su questo occorrerebbe interrogarsi.

La sala era quasi piena, molti gli amministratori, il sindaco, rappresentanze sindacali e persone che, occhio e croce, non saprebbero neppure da che parte iniziare se dovessero salire su un’impalcatura o “far vibrare il cemento” ed è l’ennesima contraddizione dover prendere atto che quelli che si impegnano a divulgare, girare documentari e scriverne sui blog non sono poi quelli che tutti i giorni rischiano la pelle.

Torno a casa con la convinzione che qualche passo avanti si farà anche ritrovando un linguaggio comune, riempendo le sale cinematografiche di operai edili e i cantieri di registi e osservatori, documentare con sensibilità e capacità è importantissimo ma non è sufficiente.

22 aprile 2008

Morire di lavoro



Ho realizzato soltanto pochi minuti fa che questa sera al Cinema Massimo verrà proiettato l'ultimo documentario di Daniele Segre intitolato "Morire di lavoro". Per il momento non sono previste altre proiezioni oltre a quella di oggi.


CINEMA MASSIMO
ORE 20.30
(sarà presente il regista)
Ingresso (5 euro) sarà devoluto in beneficenza 

29 marzo 2008

Call center: the movie!!!!!


Ci sono rappresentazioni cinematografiche del lavoro che hanno la pretesa di ripercorrere e raccontare in modo veritiero pezzi della nostra storia e che si rivelano però superficiali e impregnate di luoghi comuni, vi sono invece quei film iperpubblicizzati e accompagnati da molti preconcetti che poi però ti stupiscono per l'ironia e l'intelligenza di chi li ha realizzati, "Tutta la vita davanti" appartiene a questa seconda categoria.

Virzì narra le vicende di una operatrice di call center outbound  partendo da fatti reali che sono parte non solo a quella realtà lavorativa ma un po' a tutti.

Devo ammetere di aver atteso questo film con una certa curiosità e contemporaneamente  con un atteggiamento piuttosto snob di quelli che pensano "ecco l'ennesima cazzata sul precariato e i call center" invece mi sono dovuta ricredere perchè mi è parso di capire che ci sia stato un apprezzabile lavoro di ricerca.

Marta, la protagonista, si laurea cum laude in filosofia circondata da una commissione di novantenni rigidamente ancorati alle loro sedie, le opportunità professionali più remunerative verranno date ai suoi compagni di università mai laureati ma molto paraculati e non a lei che invece entrerà in un call center.

Questo quadro sarebbe sufficiente per suscitare pena per lei, Marta invece è un'eroina moderna perchè si assume delle responsabilità, non si piange addosso, non impreca contro la sorte e il precariato e soprattutto affronta con serietà e impegno un lavoro socialmente considerato da cerebrolesi ma che non lo è affatto perchè è molto più facile prendere un 30 e lode in Metodologia della classificazione dei vespasiani che vendere qualcosa al telefono a sconosciuti e richede soprattutto molta più umiltà, dote sempre più rara e poco apprezzata.

Descrivere una storia esasperando i suoi lati estremi fino a farla diventare grottesca è un po' quello che ha fatto Paolo Villaggio con Fantozzi che, pur non avendo mai avuto la pretesa di sconfiggere il servilismo e l'arrivismo nel mondo del lavoro, è entrato un po' in tutti noi rendendoci più consapevoli, auguro onestamente lo stesso successo anche a Virzì.

Pochi ci avrebbero scommesso ma anche Sabrina Ferilli interpreta in modo eccezionale il ruolo di capo-telefonista o, per gli addetti ai lavori, call center manager, questo ci dice ancora una volta che film e libri non si devono giudicare "dalla copertina" o da chi li distribuisce.

La raffigurazione di un sindacato chiacchierone che pensa di entrare nei call center a colpi di dichiarazioni  televisive, spettacoli cabarettistici sul precariato e distribuzione di volantini è purtroppo terribilmente reale e neppure troppo estremizzata dalla sceneggiatura.

Marta sopravviverà a tutto ciò grazie alla sua sensibilità e alla capacità di intessere rapporti non soltanto con i suoi pari.
Questa storia ci dovrebbe far riflettere sul fatto che forse se ci sono lavoratori nei call center che ad aprile voteranno per il Pdl, anzichè per formazioni politiche tradizionalmente di sinistra, è perchè da un po' troppo tempo anche "da sinistra" c'è chi guarda con compassione quelli che svolgono mansioni anche solo apparentemente dequalificate, dimenticandosi che la sinistra è proprio nata anche per dare dignità a qualunque tipo di lavoro, non di certo per formare un' élite di "intellettuali precariologi".

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