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19 agosto 2008

Le lacune del libro verde sul lavoro

Di Luciano Gallino

Il modello per l lavoro è sempre più chiaro: arbitrio per il padrone, e salario sempre più basso. In una parola: il lavoro ridiventa servile. La Repubblica, 14 agosto 2008

A fine luglio il ministero del Lavoro ha diffuso un Libro Verde (LV) sul modello sociale, titolo La vita buona nella società attiva. In esso vengono delineate le politiche che il ministero intende perseguire relativamente a mercato del lavoro, previdenza e sanità. Una consultazione pubblica sulle questioni sollevate dal LV resterà aperta per tre mesi. Dopodiché le principali opzioni politiche che emergeranno da tale consultazione saranno sintetizzate in un Libro Bianco (LB) che servirà di base alle proposte che il Governo formulerà per l´intera legislatura.

La maggior parte delle 22 pagine del LV sono dedicate a questioni, anche molto tecniche, attinenti alla sanità. Per ragioni di competenza, su questo tema mi limiterò a rilevare verso la fine un´omissione che mi pare di peso, per soffermarmi invece sui temi pensioni e lavoro. Nel LV, sebbene siano sparsi in vari box e passi isolati, essi formano un quadro organico che lascia intravedere chiaramente le politiche che il ministero conta di adottare.

Quali esse siano in ordine alle pensioni si può desumerlo dalla prima pagina del LV. La composizione della nostra spesa sociale sarebbe "manifestamente squilibrata in favore della spesa pensionistica". Segue tabella in cui detta spesa appare superiore dal 2005 al 2020, come percentuale del Pil, di almeno tre punti e mezzo a confronto della Ue a 15. Il 14% e passa contro il 10,5%. Un´enormità, corrispondente a oltre 50 miliardi di euro di spesa in più. Se non fosse che ancora una volta si confrontano qui, in gergo statistico, cavalli e mele. Nella tabella citata, come in dozzine di altre fatte circolare in questi anni, la spesa pensionistica italiana appare superiore alla media Ue per tre motivi. In primo luogo si prende a riferimento la spesa totale dell´Inps, anziché la spesa per le pensioni pubbliche in senso stretto. In realtà la spesa totale è gonfiata da interventi assistenziali per decine di miliardi che sono stati accollati a un ente previdenziale come l´Inps, per cui diventano "pensioni". Per contro in altri paesi lo stato provvede ad esse, quando lo fa, usando voci diverse del pubblico bilancio. Al netto delle spese assistenziali la spesa per le pensioni pubbliche erogate dall´Inps e altri enti costituiva nel 2005 non il 14, bensì l´11,7% del Pil.

In secondo luogo la spesa pensionistica italiana è gravata dai passivi derivanti dall´avere usato per decenni i pensionamenti anticipati come ammortizzatori sociali. Queste spese spariranno con il tempo, ma per ora i passivi dei fondi trasporti, elettrici, telefonici, dirigenti d´azienda, cui vanno aggiunti quelli dei coltivatori diretti, pesano in totale per almeno un altro punto percentuale. In terzo luogo, le nostre pensioni figurano come voce di spesa al lordo dell´imposta sui redditi, mentre grandi paesi come la Germania le versano al netto, con limitate eccezioni per le pensioni più elevate. Ciò significa che i pensionati italiani restituiscono allo stato intorno ai 28-30 miliardi di euro l´anno, circa due punti di Pil, mentre quelli tedeschi e altri non restituiscono quasi nulla. A conti fatti, i nostri pensionati forniscono un sostegno significativo al bilancio pubblico.

L´uso improprio dei dati apre la porta nel LV a ricette già viste per una politica della previdenza. Anzitutto si dice che i coefficienti previsti dalla legge Dini, applicando i quali si stabilisce di quanto la pensione sarà ridotta rispetto alla retribuzione – coefficienti il cui metodo di calcolo rimane misterioso – saranno probabilmente insufficienti; in chiaro, dovranno forse essere ulteriormente appesantiti. Poi l´età minima della pensione dovrebbe salire al disopra del limite già previsto dei 62 anni (ma è solo un´idea, ha precisato il ministro). Infine si afferma che occorre una maggior diffusione della previdenza complementare. Sembra qui che i collaboratori del LV non sapessero in quali condizioni versano oggi i fondi pensione britannici e americani, non solo a causa della crisi del sistema finanziario.

Quanto alle politiche del lavoro delineate nel LV, esse paiono ispirate in generale dal criterio di proseguire con la de-regolazione dei rapporti di lavoro, ovvero con una maggior dose di flessibilità; nonché, più specificamente, dalle riforme operate in Germania nel decorso decennio mediante le leggi Hartz. Alla base di tali leggi v´è il concetto di responsabilità e attivazione personale. Esso significa che chi ha perso il lavoro, o stenta a trovarlo, oppure ne vorrebbe uno migliore, deve sentirsi responsabile della sua situazione e darsi da fare, ossia attivarsi, per migliorarla. Solo a tale condizione sarà "preso in carica" dalla collettività, formata da una molteplicità di attori pubblici e privati, che provvederà a trovargli una occasione congrua di lavoro e/o un percorso formativo di qualificazione professionale. Il concetto è ripreso tal quale dal LV, incluse le conseguenze per chi devia dal retto cammino. Se non si comporta in modo sufficientemente responsabile e attivo, magari perché l´occasione di lavoro non gli sembra "congrua", o il "percorso formativo" poco adatto, sarà sanzionato con la decadenza dalla indennità di disoccupazione o altri benefici. Poste simili basi, il LV conclude chiedendosi se non esistano le premesse per "un rinnovato clima di fiducia e complicità tra capitale e lavoro che consenta di cementare… una alleanza strategica tra gli imprenditori e i loro collaboratori".

In Germania si moltiplicano intanto i rapporti di ricerca sui risultati delle citate riforme. Se si tolgono quelli di enti troppo interessati a mostrare che tutto va bene – tipo la Bundesbank o l´Agenzia federale per il lavoro – le conclusioni sono unanimi. Le riforme hanno esercitato una pressione efficace al fine di tener bassi i salari. Han così giovato alle esportazioni, ma hanno anche seriamente limitato i consumi delle famiglie. Sono stati creati milioni di cosiddetti minijobs, posti di lavoro da 15 ore la settimana e non più di 400 euro al mese. E´ notevolmente cresciuta la precarietà. I lavoratori poveri sono saliti al 22% degli occupati. Le riforme non hanno invece accresciuto per niente il volume totale di ore effettivamente lavorate. Tra il 1991 e il 2006 esse sono anzi diminuite di quasi quattro miliardi. Se questi sono i risultati di riforme fondate su maggior flessibilità, responsabilità e attivazione personale, non pare il caso di imitarle come fa il LV. E fanno nascere seri dubbi circa la proposta di fondare su di esse un clima di fiducia e complicità tra capitale e lavoro.

Del LV vanno segnalate infine due omissioni. Anzitutto nel testo, seppur così largamente dedicato alla sanità, gli incidenti sul lavoro sono menzionati solo una volta. Meglio di niente. Non compaiono invece per nulla le morti correlate a malattie professionali. L´Organizzazione Internazionale del Lavoro stima che esse siano almeno quattro volte superiori alle morti per incidenti, e siano in aumento anche nei nostri paesi per diversi motivi. E´ sperabile che nel transito dal LV al Libro Bianco il ministero trovi modo di inserire anche tale questione.

Dubito invece che ad un´altra omissione si trovi rimedio. Il LV non prova nemmeno ad abbozzare un´indagine delle cause globali che hanno generato i problemi di cui tratta, a partire dalle condizioni di lavoro e della salute collettiva. Si possono compendiare in una sola: l´enorme disuguaglianza di reddito e di ricchezza che si è prodotta negli ultimi decenni, nel nostro come in altri paesi. E´ da questa che si dovrebbe partire per rivedere il modello sociale.


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1 agosto 2008

Il comma 22 del dipendente

Di Luciano Gallino

Il secondo principio della politica di Berlusconi: oltre alla privatizzazione dei beni comuni, il disprezzo per i diritti del lavoro. La Repubblica, 28 luglio 2008

Quando un governo è intimamente orientato da idee di destra, quale che sia la sua auto-etichettatura politica, in tema di politiche rivolte a peggiorare le condizioni di lavoro ci si può aspettare veramente di tutto.

In Francia sono state appena eliminate di fatto le 35 ore introdotte dieci anni fa dal governo socialista di Jospin come orario normale ed effettivo del lavoro settimanale. I governi Blair e Brown hanno fatto di tutto – riuscendoci, alla fine, pochi mesi fa – per far approvare dai ministri degli Affari sociali europei una norma che permette alle imprese di costringere i lavoratori a seguire orari compresi tra le 60 e le 78 ore la settimana. L’ultima trovata del governo Berlusconi batte però ogni precedente, quanto a disprezzo per le persone che si guadagnano da vivere alle dipendenze di un’impresa e adozione esplicita di misure che tolgono ad esse ogni possibilità di difesa, mentre introducono tra i lavoratori stessi forme clamorose di ingiustizia sociale.

Il nocciolo della trovata è noto. Finora un lavoratore titolare di un contratto a termine, come dipendente effettivo o come finto autonomo (è il caso dei lavoratori a progetto), il quale riteneva che il contratto medesimo fosse viziato da qualche irregolarità poteva far ricorso al giudice del lavoro. Se quest’ultimo stabiliva che il contratto era effettivamente irregolare, una condizione che sicuramente sussiste, tra gli altri, proprio per decine di migliaia di lavoratori a progetto, poteva imporre all’impresa di trasformare il rapporto di lavoro precario in un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Ora non più. Il governo intende togliere al giudice simile facoltà. Salvo ripensamenti dell’ultima ora, un emendamento della finanziaria stabilisce infatti che l’impresa colta in fallo è tenuta al massimo a versare al soggetto alcune mensilità di stipendio, a titolo di indennizzo. Né ha l’obbligo di rinnovare almeno il contratto a termine. Le conseguenze a carico dei lavoratori interessati sarebbero esilaranti come il famoso Comma 22 (se vuoi essere esonerato dalle missioni pericolose devi essere dichiarato pazzo, ma nessuno può essere dichiarato tale se chiede l’esonero) se non fossero drammatiche.

Anziché passare da una condizione di precarietà lavorativa ed esistenziale alla modesta sicurezza che offre oggi un contratto a tempo indeterminato, la persona che protesta per le irregolarità che subisce rischia di perdere pure il contratto a termine.

Da parte loro le imprese non tarderanno ad approfittare della nuova normativa. Dinanzi alla prospettiva di perdere anche il posto da precario, pochi lavoratori oseranno rivolgersi al giudice, reso ormai impotente dal nuovo dispositivo. Territori sterminati si aprono quindi per la moltiplicazione dei contratti a termine, quasi non bastassero quelli che già impoveriscono la vita di alcuni milioni di persone. Intanto si inasprirà il conflitto tra chi ha un lavoro stabile, e teme sopra ogni altra cosa di finire catapultato nella massa di coloro che per decenni un lavoro stabile non sanno nemmeno che cosa sia.

Si dice che la trovata di togliere potere ai giudici del lavoro, annerendo al tempo stesso le prospettive di lavoro e di vita di tanti precari, sia motivata dal fatto che migliaia di lavoratori delle Poste che hanno un contratto a termine hanno fatto causa all’azienda. Se il motivo fosse davvero questo, la trovata in parola non solo apparirebbe ancora più meschina di quanto già non sia. Sarebbe anche rivelatrice di che cosa debbono attendersi i lavoratori italiani per quanto riguarda le intenzioni già annunciate dal governo di procedere a ulteriori riforme del mercato del lavoro. Si parte da situazioni specifiche, che magari fanno problema ma richiederebbero soluzioni altrettanto specifiche, per ridurre all’impotenza e al silenzio la massa dei lavoratori dipendenti. 


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19 giugno 2008

I due volti del lavoro offeso

Di Luciano Gallino

SARA' INTERESSANTE vedere come i ragazzi hanno interpretato questo tema. Perché oggi la sicurezza del lavoro ha due facce, e ambedue sono offese. Della prima parla ogni giorno la cronaca. Dopo una promettente discesa, da molti anni il numero dei morti e dei mutilati sul lavoro si mantiene stabile su un livello scandalosamente alto. La recente legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro ha quasi un anno, ma si tratta d'una legge delega, e prima che i relativi decreti attuativi producano i loro sperabili effetti ci vorranno anni.

L'altra faccia del lavoro offeso è l'insicurezza dell'occupazione che attanaglia masse di lavoratori. Milioni di essi hanno contratti a termine, al di là dei quali è impossibile vedere. Altri milioni hanno un posto di lavoro a tempo indeterminato, ma debbono chiedersi ogni giorno se e quando un padrone invisibile non deciderà di sopprimerlo perché non rende abbastanza, o di trasferirlo in un altro paese dove il suo costo sarebbe dieci volte più basso. Le cause della doppia insicurezza del lavoro sono molteplici; non l'ultima di esse è la povertà delle culture che studiano il lavoro, lo governano, e costruiscono politiche e leggi per regolarlo. E' bene che nel luogo dove tali culture si formano i ragazzi comincino a discuterne.

20 marzo 2008

Interclassismo, il sogno impossibile del Pd

Di Daniela Preziosi
Da Il Manifesto del 19 marzo 2008


Walter Veltroni confessa che a sentir parlare di conflitto di classe diventa pazzo? «Gli ricordo una battuta di Warren Buffet, l'uomo più ricco del mondo. Io non so bene se negli Stati Uniti ci sia il conflitto di classe, ha detto, ma se questo conflitto c'è è sicuro che da qualche parte lo stiamo vincendo noi». Ma non se la cava così, il professor Luciano Gallino, torinese, fra i più autorevoli sociologi del lavoro. Ieri il bus elettorale di Veltroni è arrivato a Torino. La città del suo annuncio della corsa da premier, del suo primo congresso da segretario dei Ds (nel 2000, quello di I care ). Ma anche - soprattutto, diremmo noi - la città di Gramsci, Gobetti, della Fiat, delle lotte operaie.

«L'imprenditore è un lavoratore». E' una delle frasi cult di Veltroni. Quali modificazioni della definizione di lavoro introduce?
Un'impostazione del genere vorrebbe mettere tutti sulla stessa scala di professione, dove ci può essere chi è più qualificato, chi meno, chi guadagna di più, chi meno. Ma tutti fanno parte dello stesso bacino del mercato del lavoro. Non sono d'accordo, ma almeno dovrebbe fare qualche distinzione. In Italia abbiamo milioni di lavoratori autonomi, in buona parte titolari di imprese individuali. Le cose cambiano quando l'imprenditore ha dei dipendenti. Detto con tutto il rispetto, l'imprenditore può anche lavorare quattordici ore per la sua azienda, ma decide il salario dei suoi dipendenti. E il conflitto tra le due parti è inevitabile. Come diceva Adam Smith, l'interesse dei lavoratori è quello di avere un salario più alto, quello degli imprenditori è di darlo più basso possibile.

Il Pd invece cancella programmaticamente il conflitto di classe e si rivolge con lo stesso tono amichevole tanto all'imprenditore che al lavoratore. E' possibile tenere insieme tutte queste cose?
Bisogna distinguere tra la posizione del gruppo dirigente del Pd, che punta a acquisire quel 26 per cento di lavoratori autonomi, che con le loro famiglie sono un terzo dell'elettorato, dalla base del partito. Dove le cose non sono così ovvie, visto che nel Pd sono confluiti milioni di persone che vengono dai Ds, persino dal Pci. Persone tutto sommato ancora abbastanza di sinistra, e che vengono per esempio da regioni come la Toscana o l'Emilia Romagna dove quella cultura è ancora importante. Anche a me non è chiaro come i gruppi dirigenti riescano a convincerle.

Il Pd si vantaa di candidare Colaninno e un operaio. E alcuni sindacalisti, persino della sinistra.
Fra l'altro gli imprenditori candidati non si sono affatto caratterizzati fra i loro colleghi per sensibilità 'socialista', socialdemocratica, forse neanche democratica.

Il Pd è diventato il partito 'di riferimento' dei tre più grandi sindacati. Come ne escono modificate Cgil, Cisl e Uil?
La questione riguarda soprattutto la Cgil. Negli anni passati già si avvertiva uno spostamento sensibile verso il centro. In più occasioni ho sentito dirigenti usare gli argomenti del professor Renato Brunetta (economista di Forza Italia, ndr ). Ora questo spostamento è diventato della maggioranza, anche se con eccezioni riguardevoli come i metalmeccanici. Per la Cisl e la Uil il problema si pone meno, erano già più di centro che di sinistra, e quindi sono più o meno rimasti dov'erano. Lo spostamento della Cgil al centro è interessante su un piano analitico, ma soprattutto preoccupante. Ha portato in piazza tre milioni di persone per salvare l'articolo 18. Erano sei anni fa, sembrano molti più più.

Il Pd non chiede l'abolizione dell'articolo 18. Ma Pietro Ichino, suo autorevole candidato sì. E a differenza di sei anni fa, questo non provoca un finimondo. All'epoca la Cgil sosteneva che l'articolo 18 era un diritto costituzionale.
Quella di oggi è un'apertura alla tesi della Confindustria, persino di una sua parte: due anni fa alcuni industriali hanno detto che l'articolo 18 non ha poi quell'incidenza catastrofica per loro. Il rischio è che se si mette in forse quell'articolo, caschi tutto lo Statuto dei lavoratori, l'intera legge 300. Che fu un importante tentativo di tradurre in legge i principi della Costituzione. Oltre a quello, ci sono altri quattro-cinque articoli sui diritti fondamentali: i contratti, la libertà di rappresentanza, il diritto a non essere giudicati in base all'appartenenza sindacale e a qualunque altro predicato culturale o politico. Se saltano tutto questo, si torna indietro di 70 anni.

Parliamo del programma del Pd sul tema del lavoro. Cosa pensa del «compenso minimo di mille euro per i collaboratori economicamente dipendenti»?
Ho chiesto qualche chiarimento, ma finora non ne ho ricevuti. Il problema di quelli che hanno un'occupazione flessibile, instabile, in parole povere precaria, non è solo quanto guadagnano, ma anche per quanti mesi guadagnano. Magari hanno anche mille euro al mese, ma per sei mesi e non per tredici, come i lavoratori 'normali'. E poi bisogna capire che strada si imbocca: è meglio pagare un reddito minimo a chi non lavora, oppure lavorare affinché i contratti diventino a tempo indeterminato? Fra le due cose c'è l'immensa questione dei costi. E c'è la questione della 'flessicurezza', che certo non può essere un compenso alla libertà di licenziamento. E tuttavia fatta 'alla danese' ha aspetti interessanti: mantiene il 90 per cento del reddito per quattro anni. Ma quanto costa? Per le politiche attive del lavoro la Danimarca spende il 4 e mezzo per cento del Pil, noi l'uno e mezzo. Dovessimo fare come loro, dovremmo spendere 70 miliardi di euro. Da dove escono fuori? Puntare sulla stabilità dell'occupazione conviene di più che non sui mille euro al mese dati non si sa bene a chi. I servizi efficienti, poi, che il Pd chiede, significa decine di migliaia di formatori, centri per l'impiego su grande scala. Roba che non si accoppia con la battuta persino triste 'abbassiamo le tasse'. In Danimarca quell'idea si basa su un insieme di prelievi obbligatori - fisco, sanità, previdenza eccetera del 55 per cento circa. Noi siamo al 43. E lo vogliamo abbassare? Qui c'è un problema: che qualcuno si deve mettere a fare qualche conto con la calcolatrice.

28 febbraio 2008

Il lavoro, le aziende e la produttività



Il lavoro, Le aziende e la produttività
Data di pubblicazione: 27.02.2008

Di Luciano Gallino  

Aumentare la produttività significa che l’operaio lavorerà più in fretta o che l’imprenditore investirà i profitti in fabbrica (anziché nel mattone)? La Repubblica, 27 febbraio 2008

Nel quotidiano parlare di economia sembra che la produttività abbia soppiantato la flessibilità. Del lavoro, è evidente. Non c’è intervento dei dirigenti confindustriali, del governatore di Bankitalia, di esperti radiotelevisivi, di manager, di politici dei maggiori schieramenti, che non rimarchi la necessità assoluta di aumentare la produttività del lavoro. Per far salire le retribuzioni, reggere la competizione con i paesi emergenti, rilanciare il tasso di crescita del paese. Quel che nella discussione sovente non è chiaro è che cosa realmente si intenda per produttività del lavoro. Non è questione da poco. Infatti, a seconda del significato che si attribuisce a questa parola, le azioni da intraprendere in varie sedi saranno assai differenti, così come lo saranno le conseguenze per i lavoratori.

La definizione più appropriata di produttività del lavoro vede in essa il valore aggiunto (o frazione di Pil) prodotto per ora lavorata. Prendiamo due lavoratori, Carlo e Luigi, di pari età e competenza professionale. Il lavoro di Carlo, tutto compreso, costa 30 euro lordi l’ora, mentre il prodotto che lui realizza in un’ora vale 50 euro. In questo caso il valore aggiunto è di 20 euro. Il lavoro di Luigi, dipendente da un’altra azienda, costa di più, 40 euro l’ora, ma quel che produce ne vale 65. Poiché il suo valore aggiunto tocca i 25 euro, la produttività del lavoro di Luigi è maggiore di quella di Carlo. Supponiamo ora che il suo capo dica a quest’ultimo che se proprio vuole un aumento di salario deve aumentare la produttività: additandogli, per stimolarlo, l’esempio di Luigi. Che cosa deve fare Carlo per soddisfare una simile richiesta? A rigore, ha una sola scelta: lavorare più in fretta. Accelerare i movimenti. Come il suo omonimo Charlot in Tempi moderni. Deve avvitare più freneticamente i bulloni che il nastro trasportatore gli fa scorrere davanti, senza saltarne uno, a costo di finire anche lui nel ventre della macchina che li muove – con qualche rischio in più a paragone del personaggio del film.

Prima di mettersi ad emulare Charlot, Carlo potrebbe però avanzare qualche obiezione. Ad esempio potrebbe dire che se gli dessero dei mezzi di produzione più moderni, come quelli di Luigi, in luogo dei residuati di vent’anni fa con cui deve arrangiarsi, produrrebbe di più, senza dover lavorare a ritmi infernali. O che l’organizzazione del lavoro studiata dai tecnici a tavolino, magari imposta da una lontana impresa capogruppo che dei problemi locali non capisce nulla, spreca l’intelligenza e l’esperienza delle persone anziché utilizzarle al meglio. Che quelli della ricerca & sviluppo potrebbero finalmente inventarsi qualcosa che abbia un più elevato valore d’uso, in modo da poter essere venduto a un prezzo migliore, facendo così crescere il valore aggiunto per ora lavorata.

Potrebbe anche far notare, il Carlo, che i materiali, i semilavorati, i componenti che arrivano nel suo reparto da una regione vicina, oppure dalla Turchia, dalla Malesia o da un’altra parte del mondo, presentano spesso difetti o ritardi che provocano rallentamenti della produzione. Un problema che rende quasi impossibile valutare quale sia la produttività del lavoro di una data unità produttiva, visto che in moltissimi casi due terzi se non tre quarti, in valore, d’un qualsiasi manufatto o servizio provengono appunto dall’esterno. Per cui la maggior produttività di Luigi a confronto di Carlo potrebbe derivare da una miglior catena globale di subfornitura, non già dal fatto che lavora meglio o più in fretta.

Nell’insieme le obiezioni di Carlo che non vorrebbe diventare Charlot stanno a significare che allo scopo di aumentare la produttività del lavoro, e con essa i salari, non esiste soltanto la formula "lavorare di più per guadagnare di più". Esiste anche quella che consiste nel fare maggiori investimenti in capitale produttivo, ricerca e sviluppo, innovazioni organizzative interne ed esterne, formazione. Quegli investimenti che le imprese italiane non amano fare, o fanno in misura assai inferiore rispetto a quella che i loro utili gli permetterebbero. Tanto per dire, i cinquanta maggiori gruppi italiani quotati in borsa hanno realizzato nel 2006 (dati Mediobanca) oltre 42 miliardi di utile. Nel 2007 non dovrebbero essere lontani dai 50 miliardi.

Dopo avere equamente rimunerato gli azionisti, gran parte dei suddetti gruppi potevano spendere il resto degli utili in investimenti rivolti ad aumentare la produttività del lavoro. Hanno invece speso somme colossali, ancora in tempi recenti, nel riacquisto di azioni proprie, o buybacks. Lungi dall’essere il segno d’una lungimirante politica industriale, come sono immancabilmente salutati dai commentatori economici, i buybacks sono effettuati in prevalenza allo scopo di far salire il prezzo delle azioni. Avendo di mira un duplice risultato: rendere più ostici eventuali tentativi di scalata al proprio gruppo da parte di altri gruppi, e soprattutto aumentare il guadagno derivante dalle opzioni sulle azioni che i manager hanno sottoscritto in passato (senza versare un euro), in attesa di tempi in cui il valore delle azioni sale di molto. Quelli, appunto, che il riacquisto delle azioni proprie miracolosamente avvicina. Risultati conseguiti a scapito degli investimenti e dell’aumento che questi potrebbero recare alla produttività del lavoro.

Il dubbio che a questo punto affiora è che, tutto sommato, alle imprese un aumento di produttività ottenuto accrescendo il valore aggiunto per ora lavorata in realtà importi poco. Naturalmente, se Carlo accetta di lavorare ai ritmi del film di Charlot tanto meglio. Ma in fondo basterebbe che lavorasse più a lungo. Nessun bisogno di investimenti per rinnovare gli impianti, migliorare l’organizzazione, inventare prodotti migliori. Sarebbe sufficiente che facesse un congruo numero di ore di straordinario, che lavorasse qualche sabato in più, o facesse qualche giorno di ferie in meno. Avvicinandosi così agli orari degli americani. Al riguardo il presidente di Confindustria è stato esplicito: ogni cinque anni in Italia, ha detto, si lavora un anno di meno che negli Stati Uniti. Trascurando qualche dettaglio. Gli americani lavorano 1800 ore l’anno anziché 1500, e fanno in media otto giorni di ferie pagate in luogo di trenta, perché l’assicurazione sanitaria privata di cui debbono forzatamente avvalersi è costosissima, l’istruzione universitaria per i figli pure, le retribuzioni di gran parte dei lavoratori dipendenti sono cresciute, in termini reali, di pochissimi punti rispetto agli anni 70, e i sindacati hanno quasi perso ogni potere. Se questo è il modello soggiacente all’idea di lavorare di più per guadagnare di più, la nozione autentica di produttività del lavoro, perfino il mite Charlot avrebbe qualcosa da obbiettare. Se poi nei fatti, cioè nei futuri contratti, il dubbio citato sopra circa il significato reale di produttività dovesse rivelarsi infondato, saranno in tanti a rallegrarsene.


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22 ottobre 2007

La flessibilità è nemica del lavoro decente

Di Luciano Gallino



 "La sicurezza dell’occupazione, che significa non solo protezione contro i licenziamenti abusivi, ovvero senza causa, ma anche stabilità dell’occupazione compatibile con un’economia dinamica"

Qui tutto l'intervento

Anche con 39 di febbre, adoro quest'uomo...


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14 agosto 2007

Luciano Gallino, sociologo torinese



Da una dozzina d'anni e più il sistema di sicurezze che prometteva il socialismo reale è scomparso, insieme con i regimi che lo sostenevano.
Il sistema europeo, il modello europeo di sicurezza socio-economica, è palesemente sotto attacco da parte di quasi tutti i governi Ue. Con metodo, con rigorosa perseveranza, in ciascun Paese della Ue un giorno se ne smonta un pezzo, l'indomani si riduce il perimentro delle sue prestazioni, quindi si privatizzano le sue funzioni adducendo cause ora reali, ora pretestuose. A volte per motivi legittimi, altre volte per motivi che è bene il pubblico ignori.
Come poteva mai illudersi, la politica, che la repentina scomparsa di un sistema di sicurezza sociale pur sola idealizzato nel pensiero, ma concretamente esistenteper oltre 40 anni appena al di là dei confini dell'Europa disegnati dalla guerra, e il correlativo sgretolamento - per ora parziale, ma nelle intenzioni totale - del sistema occidentale, non incidesse in  profondità nell'animo delle persone, stratificando in esso ispidi sedimenti d'insicurezza sociale ed economica? 


Da "Italia in frantumi", Laterza, 2006

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