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Norberto Bobbio



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14 settembre 2008

Un giorno perfetto

In un giorno perfetto non ci sono omosessuali che muoiono mentre cenano o che sono stati perseguitati dai nazisti o che vengono investiti da un'auto o che pranzano e schiamazzano su un terrazzo vicino al gasometro di Roma o che bollono in un bagno turco, no, questa volta Ferzan Ozpetek finalmente prende di mira gli eterosessuali con una storia che è una vera mazzata sugli zebedei.

Emma, interpretata da una Isabella Ferrari appositamente imbruttita, si è separata dal marito psicopatico, Valerio Mastranderea, con il quale ha due figli: uno un po' guercio, grassottello che si fa la pipì a letto e che di nome fa "Kevin" ed una adolescente scassapalle che la contesta continuamente.
Tutto ciò sarebbe già sufficiente a descrivere una situazione un tantino pesante ma non c'è mai limite al peggio: Emma lavora come precaria in un call center, non le viene rinnovato il contratto e riesce anche a dispiacersene.

Per non farci mancare nulla c'è anche un deputato che sta per essere condannato in via definitiva da una sentenza in Cassazione e trombato dal suo partito, per paura di finire al gabbio implora aiuto durante una patetica conversazione telefonica con un invisibile "Presidente" del suo partito che non si vede mai ma ha assistenti molto gnocche e riunisce i suoi fedelissimi in un'elegante e sontuosa residenza romana.
Il deputato ha un figlio contestatore un po' frikkettone, dipinge quadri anzichè studiare legge, prende un 20 dalla moglie di Fantozzi e ha buone probabilità di fregare al padre la giovane moglie.
Per quel fetente di Ozpetek, evidentemente, non bastava fornire elementi sulla sua appartenenza al Pdl ma doveva anche renderlo quasi cornuto per mano del figlio di sinistra.


Mastrandrea di mestiere fa il poliziotto e gira armato, è matto da legare, non si rassegna alla separazione dalla moglie e al fatto che lei gli preferisca altri uomini, la perseguita, la molesta e alla fine ammazza i figli e se stesso.

A questo punto potremmo mettere la parola "fine" alla storia ma non possiamo fare a meno di chiederci: come avrà fatto Ozpetek a girare un film senza Serra Yilmaz che frigge le polpette, che rassetta la casa o che cucina per una mandria di persone sguaiate? Nessun problema, in questo film le fa fare la gelataia.
Fine
(finalmente)

8 giugno 2008

Maradona



Il calcio mi piace perchè unisce gesto atletico a tattica, intelligenza, passione e forza fisica; i soldi, gli sponsor e gli estremisti in curva non hanno nulla a che vedere con questo gioco che molti reputano il più bello del mondo.

Ogni squadra ha i suoi eroi e le sue leggende che spesso però rimagono legati a quel particolare periodo storico e soprattutto sono nel cuore di un gruppo di tifosi, per "i grandi" invece è diverso anche se la morale comune spesso si ferma al primo grado di giudizio soprattutto se fanno qualcosa di negativo o di autodistruttivo, com'è successo, ad esempio, a George Best, morto solo e di cirrosi epatica, costretto a vendere le sue foto agonizzante per tirare su qualche soldo.

Maradona è riuscito a passare indenne o quasi da tutte le condanne dei benpensanti, quelli per cui è un esempio deteriore, un drogato, un pazzo, un bulimico, un miliardario che di giorno va in visita nelle baraccopoli ma che alla sera torna nella sua bella villa di Baires, quello che ha il Che tatuato sul braccio ma che possiede case e terre per tutto il sud America, che dichiara un enorme attaccamento alla famiglia ma che ha seminato una mezza dozzina di figli illegittimi per tutto il mondo senza riconoscerli se non costretto dalla legge.

E' un personaggio che continua ad incuriosire quasi morbosamente, prova ne sono le decine di trasmissioni televisive, documentari, film che gli vengono dedicati. Uno di questi è quello del regista serbo Emir Kusturica, presentato a Cannes e nelle sale in questi giorni, un lavoro intelligente, sensibile che rappresenta El Diego in tutte le sue fragilità, contraddizioni, pacchianaggini ma sempre con rispetto e comprensione anche nei momenti in cui noi misurati cisalpini non riusciamo proprio a trattenerci dal dire "che tamarro" scuotendo la testa e soprattutto allargando le vocali.

Anch'io sono attratta dalla storia di Maradona e non riesco a condannarlo perchè non so come si possa sopravvivere ad una nazione che si ferma per guardati in tv, che ti conferisce la responsabilità di vendicarsi, calcisticamente parlando, nei confronti dell'Inghilterra post Malvinas, che fa di te un culto con tanto di chiesa ed adepti , milioni di persone per cui sei la rivincita della povera gente, non si può rimanere in equilibrio di fronte a tutto ciò ed infatti non è accaduto.

Questo è un po' il messaggio, anche se non esplicito, di Kusturica, al quale si può soltanto muovere una critica che è quella di non aver fatto vedere tutti i goal che Diego ha segnato alla Juve nel suo periodo a Napoli.

Diego Armando Maradona è da assolvere con formula piena perchè ai geni si perdona tutto, anche quando la sregolatezza sorpassa la genialità, fortuna che per i credenti esiste la mano de dios...


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permalink | inviato da larabafenice il 8/6/2008 alle 20:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

2 maggio 2008

La classe operaia va all'inferno



Da questa settimana è possibile acquistare in edicola un documentario in dvd della regista Simona Ercolani sulla tragedia della Thyssen Krupp.

Mentre la sinistra italiana trascorre il primo maggio tra insulti e accuse sulla débâcle elettorale, apprestandosi a risorgere con falce e martello tra i denti e il governo ombra di Veltroni promette una strenua opposizione ma anche dialogo sulle riforme, tre persone al giorno muoiono in questo Paese nei posti di lavoro.

A pensarci bene è un po' come una roulette russa, tutti i giorni più di 25 milioni di abitanti in Italia vanno a guadagnarsi da vivere, di questi almeno tre non faranno ritorno a casa ma nessuno sa chi saranno, potrebbe essere un amico, un congiunto, quello che si siede vicino a noi sulla metropolitana o sull'autobus.  Toccatevi pure gli zebedei ma la realtà è proprio questa.

Nel vedere questo documentario però ci si accorge chiaramente che nulla di tutto quello che è avvenuto è stato casuale e che questi operai erano da tempo "morti che camminano", spegnavano settimanalmente incendi lungo la linea di produzione con mezzi inadeguati e mal funzionanti.

Vittime sicuramente di quello che noi definiamo "precarietà", della corsa ai profitti e del menefreghismo dei padroni ma forse anche dell'indifferenza ormai politicamente e umanamente trasversale. Siamo abituati a vedere in prima serata donne squartate, violentate, bambini segregati nelle cantine, quanto ci può ancora colpire qualcuno che ci racconta di una vita lavorativa infernale? Eppure questi operai avranno ben avuto amici, famiglia, una rete di relazioni, qualcuno con cui avranno parlato ma temo che la reazione sia stata quella di sentirsi dire che "di problemi ne abbiamo tutti, chi più, chi meno"....

Al di là delle gravi (ir)responsabilità  imprenditoriali  mi sembra che forse sia  necessario fare i conti con un tessuto sociale ormai povero e fatto di rapporti che si basano anche inconsapevolmente su uno scambio di tipo materiale, con una nostra incapacità sempre maggiore nel vedere i problemi dalla prospettiva di qualcun'altro.

Penso che la sinistra dovrebbe ripartire dalla ricostruzione di questi rapporti e da una rete gratuita che preveda lo scambio di conoscenze e competenze, non è necessario immolarsi al volontariato organizzato ma basterebbe tenere un atteggiamento "anticompetitivo" nella nostra quotidianità, per questo la teoria economica della decrescita, anche se per alcuni versi ancora molto grezza, contiene elementi veramente rivoluzionari.

Per tornare al nostro documentario credo sarebbe bene acquistarlo o scambiarselo perchè fa parte della nostra memoria, perchè è un buon prodotto non privo di qualche astuzia nel montaggio e perchè la fisicità e il modo di parlare di questi operai stride molto con l'understatement sabaudo.

L'intervista finale alla sorella di una delle vittime ricorda veramente il film Dead man walking, quando il padre della ragazza violentata e uccisa da Sean Penn guarda da lontano il funerale dell'assassino condannato a morte e dice a Susan Sarandon di aver sempre una grande rabbia dentro "nonostante giustizia sia stata fatta".
Anche per la vicenda Thyssen quando la giustizia avrà fatto il suo corso, chissà quando e come, non ci sarà contrappeso alla devastazione che la morte di questi "sommersi"  ha prodotto nei "salvati".

I dettagli del documentario:
Simona Ercolani, "La classe operaia va all'inferno", Edizioni La Repubblica - L'Espresso,
Euro 9,50

23 aprile 2008

Morire di lavoro - il documentario



Nella vita di ciascuno di noi c’è sempre un “prima e un dopo”.  Chissà quante volte ci siamo soffermati a pensare come fosse la nostra vita prima di un incontro, del matrimonio, di un figlio, di un traguardo raggiunto negli studi o nella professione o qualunque altra esperienza particolarmente importante o coinvolgente.

Anche l’ultimo documentario di Daniele Segre, Morire di lavoro, segue un po’ questa linea di pensiero, la differenza è che a fare da spartiacque “del prima e del dopo” è stato un incidente mortale o invalidante che ha cambiato l’esistenza a famiglie intere.

Il documentario consta di decine di interviste frontali a operai edili o alle loro vedove, nella maggior parte dei casi i contenuti sono agghiaccianti.

Per una persona come me che rifugge un po’ le attività manuali ed è perennemente attaccata al pc è quasi commovente ascoltare questi lavoratori dire “il mio sogno è quello di manovrare un escavatore”, “mi piace costruire case, penso di fare qualcosa di utile per la collettività”, “quando vedo quel ponte so che lo ha fatto mio marito”.
Abituata, come sono, a misurare la mia insoddisfazione e ascoltare quotidianamente quella altrui mi rendo conto di aver sentito raramente qualcuno affermare di amare il proprio lavoro.  Perché, allora, persone che svolgono con impegno una professione, cosa sempre più rara invece nel nostro terziario, escono tutte le mattine di casa con una certa percentuale di rischio di non farvi ritorno?

Le spiegazioni dei motivi di questa “guerra civile” possono essere diverse, quella più ricorrente è la corsa al profitto, il non rispetto della vita umana e la mancanza di responsabilità  da parte di quelli che il leader del maggiore partito di opposizione chiama "produttori”, accomunandoli a noi salariati poiché partecipiamo tutti insieme appassionatamente alla costruzione del pil. Non credo però che i soli a mancare di responsabilità siano gli imprenditori ma questo è un discorso molto complesso.

Il documentario merita di essere visto o ordinato attraverso il sito del regista anche perché al momento, come giustamente faceva notare Marco in un commento al post precedente, non si trova un distributore che ne permetta una proiezione come un qualunque altro film e forse su questo occorrerebbe interrogarsi.

La sala era quasi piena, molti gli amministratori, il sindaco, rappresentanze sindacali e persone che, occhio e croce, non saprebbero neppure da che parte iniziare se dovessero salire su un’impalcatura o “far vibrare il cemento” ed è l’ennesima contraddizione dover prendere atto che quelli che si impegnano a divulgare, girare documentari e scriverne sui blog non sono poi quelli che tutti i giorni rischiano la pelle.

Torno a casa con la convinzione che qualche passo avanti si farà anche ritrovando un linguaggio comune, riempendo le sale cinematografiche di operai edili e i cantieri di registi e osservatori, documentare con sensibilità e capacità è importantissimo ma non è sufficiente.

6 aprile 2008

Due recensioni

  Questa mattina, mentre facevo il mio solito giro dei blog linkati, ho trovato due bellissime recensioni che vorrei condividere con chi passa da queste parti.

Il modo di raccontare i due film  trova in mio apprezzamento perchè la trama offre la possibilità di parlare di esperienze personali che in qualche modo si intrecciano con le vicende cinematografiche.

Il primo è Caos Calmo recensito da Fino, blogger de La Stampa, ed il secondo è Tutta la vita davanti che troviamo invece nel blog di Sara.

Buona lettura e buona domenica 
   

29 marzo 2008

Call center: the movie!!!!!


Ci sono rappresentazioni cinematografiche del lavoro che hanno la pretesa di ripercorrere e raccontare in modo veritiero pezzi della nostra storia e che si rivelano però superficiali e impregnate di luoghi comuni, vi sono invece quei film iperpubblicizzati e accompagnati da molti preconcetti che poi però ti stupiscono per l'ironia e l'intelligenza di chi li ha realizzati, "Tutta la vita davanti" appartiene a questa seconda categoria.

Virzì narra le vicende di una operatrice di call center outbound  partendo da fatti reali che sono parte non solo a quella realtà lavorativa ma un po' a tutti.

Devo ammetere di aver atteso questo film con una certa curiosità e contemporaneamente  con un atteggiamento piuttosto snob di quelli che pensano "ecco l'ennesima cazzata sul precariato e i call center" invece mi sono dovuta ricredere perchè mi è parso di capire che ci sia stato un apprezzabile lavoro di ricerca.

Marta, la protagonista, si laurea cum laude in filosofia circondata da una commissione di novantenni rigidamente ancorati alle loro sedie, le opportunità professionali più remunerative verranno date ai suoi compagni di università mai laureati ma molto paraculati e non a lei che invece entrerà in un call center.

Questo quadro sarebbe sufficiente per suscitare pena per lei, Marta invece è un'eroina moderna perchè si assume delle responsabilità, non si piange addosso, non impreca contro la sorte e il precariato e soprattutto affronta con serietà e impegno un lavoro socialmente considerato da cerebrolesi ma che non lo è affatto perchè è molto più facile prendere un 30 e lode in Metodologia della classificazione dei vespasiani che vendere qualcosa al telefono a sconosciuti e richede soprattutto molta più umiltà, dote sempre più rara e poco apprezzata.

Descrivere una storia esasperando i suoi lati estremi fino a farla diventare grottesca è un po' quello che ha fatto Paolo Villaggio con Fantozzi che, pur non avendo mai avuto la pretesa di sconfiggere il servilismo e l'arrivismo nel mondo del lavoro, è entrato un po' in tutti noi rendendoci più consapevoli, auguro onestamente lo stesso successo anche a Virzì.

Pochi ci avrebbero scommesso ma anche Sabrina Ferilli interpreta in modo eccezionale il ruolo di capo-telefonista o, per gli addetti ai lavori, call center manager, questo ci dice ancora una volta che film e libri non si devono giudicare "dalla copertina" o da chi li distribuisce.

La raffigurazione di un sindacato chiacchierone che pensa di entrare nei call center a colpi di dichiarazioni  televisive, spettacoli cabarettistici sul precariato e distribuzione di volantini è purtroppo terribilmente reale e neppure troppo estremizzata dalla sceneggiatura.

Marta sopravviverà a tutto ciò grazie alla sua sensibilità e alla capacità di intessere rapporti non soltanto con i suoi pari.
Questa storia ci dovrebbe far riflettere sul fatto che forse se ci sono lavoratori nei call center che ad aprile voteranno per il Pdl, anzichè per formazioni politiche tradizionalmente di sinistra, è perchè da un po' troppo tempo anche "da sinistra" c'è chi guarda con compassione quelli che svolgono mansioni anche solo apparentemente dequalificate, dimenticandosi che la sinistra è proprio nata anche per dare dignità a qualunque tipo di lavoro, non di certo per formare un' élite di "intellettuali precariologi".

20 marzo 2008

Coming soon

-8


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permalink | inviato da larabafenice il 20/3/2008 alle 15:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

19 febbraio 2008

La mia fabbrica



Con il documentario La fabbrica Francesca Comencini non si limita a raccontare quelle storie di lavoro e immigrazione che già più o meno pensiamo di conoscere ma ha il coraggio di andare a fondo di questi temi mettendo generazioni di operai a confronto e soprattutto ci parla con  cognizione di causa di organizzazione del lavoro.


Ascoltare le storie degli operai dagli anni ’50 ad oggi mi ha fatto riflettere su aspetti che possono fornirci una chiave di lettura interessante per capire il nostro attuale mondo del lavoro, apparentemente meno “operaio” e sempre più terziarizzato e subappaltato ma che in qualche caso porta con sé la ripetitività e l’appiattimento delle fabbriche.

Non doveva essere un bel lavorare nelle fabbriche degli anni ’50 e ’60 e neppure un bel vivere in una città come Torino dove non si affittavano case ai meridionali, mi è parso però di capire dalle parole degli intervistati la presenza di un senso di orgoglio e di appartenenza, la soddisfazione nel poter creare qualcosa con le proprie mani e l'identificazione in quella professione che per molti costituiva l'occasione per fuggire dalla miseria e la costruzione di "una posizione".

Negli anni '70 le cose cambiano, si fanno largo l'automazione, le linee di montaggio e i "tempi e metodi", il lavoro dell'operaio perde di contenuto, il ciclo produttivo viene frammentato in tante piccole parti  con tanti movimenti che si ripetono all'infinito. Cambia però anche il modo di pensare di chi sta in fabbrica, non basta solo un salario ai limiti del decoro ma si chiede rappresentanza, istruzione, ambienti di lavoro salubri ed equità nella redistribuzione delle ricchezze accumulate da pochi.

Trecento milioni di ore di sciopero sembrano incredibili ma sono quelle "sacrificate" in quegli anni per ottenere qualcosa che avrebbe avvantaggiato tutti, con gli occhi di oggi è evidente che tutto ciò è stato possibile anche perchè si partiva da posizioni contrattuali uguali.

Quel che è avvenuto negli anni '80 ce lo ricordiamo più o meno tutti, penso che alla marcia dei 40.000 si sia data e si continui a dare troppa enfasi anche solo per il fatto che non erano 40.000 ma decisamente meno.

Un mio collega, nel dirmi come la pensa sulla legge Biagi ed il modo di lavorare oggi, ha usato un' espressione che trovo piuttosto efficace: "è in atto l'involuzione della cultura di un mestiere" ed è una frase che mi è tornata in mente mentre ascoltavo le testimonianze degli operai intervistati alla fine degli anni '70, ormai stremati soprattutto psicologicamente dal lavoro di catena, in parole povere arrivare  alla conclusione dell'orario rincoglioniti, esausti e rassegnati sottrae energie che invece potrebbero essere finalizzate alla rivendicazione.

Forse è solo una mia interpretazione estemporanea ma credo che uno dei motivi del cedimento delle lotte operaie, della perdita di consenso del sindacato che abbiamo quotidianamente davanti agli occhi possa essere dovuto a una sorta di "svuotamento interiore", più elegantemente "alienazione", determinata da compiti ripetitivi e frammentati, oggi a volte è persino difficile capire chi ci paga o dove inizia o finirà un lavoro che ci è stato affidato per non parlare della totale assenza di piani di crescita e della lotta quotidiana di molti nell'assicurarsi un altro mese di contratto.

A queste condizioni come possiamo ancora appassionarci al nostro lavoro e maturare quella che un tempo di definiva "coscienza di classe"? Non sarà che questo disamore sia tutto sommato non casuale e  soprattutto funzionale  a quelli che tutti i mesi ci onorano del bonifico dello stipendio?

Poter dire che il nostro lavoro ci fa schifo e che non vediamo l'ora di fuggirne ci aiuta ad arrivare alla fine della giornata ma allo stesso tempo ci impedisce di investire una parte di noi stessi e chiedere, anzi, pretendere condizioni migliori, prestando il fianco a chi non ha nessun interesse a far sorgere fenomeni rivendicativi. Ecco perchè la frase che apre la tesi di laurea che sto per consegnare è  questa e spero sia di buon augurio non solo per me ma per tutti quelli che ancora hanno voglia di spendersi oltre ai loro microinteressi personali.

2 febbraio 2008

Cous Cous



Se ogni volta che ascoltando frasi come "volere è potere" o "per riuscire nei propri obiettivi occorre soltanto tanta voglia di fare oltre a impegno e sacrificio" avete pensato che fossero stronzate, Cous Cous (titolo originale La Graine et le Mulet)
è un film che incontrerà il vostro gradimento.

Una storia corale, con personaggi ben delineati, tristemente ironico e spietato soprattutto con i Francesi nativi che spesso sembrano aver capito più degli altri cosa significhi la convivenza tra persone provenienti da Paesi diversi che hanno deciso di fissare la loro dimora proprio nella terra di Asterix.

Occorre dare atto al regista Abdel Kechiche di aver saputo raccontare in modo a tratti leggero una storia drammatica fatta di aspettative mal riposte, sforzi non ricompensati e ingiustizie che non saranno mai riconosciute come tali facendo emergere molto bene quanta ipocrisia e quanta retorica ruotino intorno al concetto stesso di integrazione tra i popoli.

Il cous cous è un piatto che, almeno in Italia, abbiamo cominciato a conoscere da non più di una decina d'anni, normalmente piace un po' a tutti perchè può essere di carne, di pesce o di sola verdura. Quando andiamo a mangiarlo in qualche gastronomia magrebina ci sentiamo un po' stranieri e riusciamo a trovare anche esotiche tutte quelle suppellettili kitch che mai e poi mai terremmo in vista nelle nostre case.

La prossima volta non dimentichiamoci che il cous cous è sì un piatto gradevole ma senza la semola ci direbbe molto poco. Forse il messaggio suggerito dal film è che nella vita quotidiana o nei rapporti con gli altri, di qualunque provenienza siano, ci serve sempre qualcosa che sappia combinare realmente bene tutti gli ingredienti, in assenza di questo elemento non c'è forza di volontà che tenga. Personalmente aggiungo che essere accompagnati anche da un po' di sano "culo" non guasta mai.


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permalink | inviato da larabafenice il 2/2/2008 alle 0:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

22 gennaio 2008

Effe



"Viva Fiat" è la prima cosa di senso compiuto che ho scritto a quattro anni, nel 1973, all'asilo aziendale suscitando una certa perplessità in mia madre, allora impiegata modello in Corso Marconi.
Fiat sui piatti della mensa, Fiat sugli armadietti, Fiat sui grembiulini, Fiat sul pacco della befana, Fiat sulla macchina di papà e su quelle che papà vendeva per conto di Fiat, decisamente totalizzante per noi figli dei dipendenti ed anche per i nostri genitori. Con queste premesse non ci si deve stupire delle prime parole "costruite" in quella scuola materna che per molti aspetti potrebbe essere considerata all'avanguardia ancora oggi.

Sebbene nell'età adulta abbia poi maturato posizioni decisamente critiche nei confronti dell'aziendalismo e delle gerarchie qualcosa mi deve essere comunque rimasto sotto la pelle, ecco perchè ho trovato nella Signorinaeffe una cozzaglia di luoghi comuni che non vanno più in là della cronaca di quegli anni senza preoccuparsi di scavare a fondo per cogliere non solo le contrapposizioni ma anche le sfumature.

La Signorinaeffe è un po' come una linea tranviaria, una specie di percorso obbligato del quale si conoscono fermate e capolinea. Gli operai sono per forza rumorosi, hanno una fisicità molto pronunciata, sono disordinati nel modo di vestire, urlano e non parlano e quando lo fanno dimostrano di avere parecchie lacune nella grammatica. Sono rappresentati da Sergio, grezzo e affascinante e così maschio dal presentarsi alla donna che ha appena addocchiato mettendole le mani sulla camicetta.

Gli impiegati invece hanno lo sguardo da pesce lesso, indossano la cravatta, hanno un orizzonte limitato, trasudano banalità e guardano con un certo disprezzo gli operai che non fanno  "gli interessi dell'azienda", entrano durante gli scioperi, scavalcano muretti alle 4 del mattino per superare i picchetti, sono servili e non-pensanti. Li rappresenta in qualche mondo Silvio che è ingegnere, ha di fronte a sè una carriera certa in azienda, vive in una casa pulita, borghese e con i divani bianchi, è curato e si veste bene.

Poi c'è la Signorinaeffe, fidanzata di Silvio, studentessa lavoratrice,  entrata in azienda per merito del futuro sposo, carina, precisa, si sforza di nascondere le origini meridionali forzando un po' la dizione, brillante studentessa a cui capita una cosa non così inusuale, soprattutto a 23 anni, perchè si prende una sbandata per il barricadero Sergio, paladino delle lotte operaie con una vita molto meno piatta dell'ingegnere "in bianco e nero" Silvio.

A tutto questo si è voluto dare per forza un senso politico anche quando non era necessario tralasciando però di spiegare perchè il lavoro è un valore da difendere anche a costo di 35 giorni di sciopero.

Il cliché continua nella descrizione della famiglia della Signorinaeffe, dandone una visione ingiustamente macchiettistica.  Il capofamiglia è emigrato dalla Sicilia nel dopoguerra, ha trovato lavoro in Fiat ed "ha fatto salire" in seguito moglie e figli.
Talvolta la sceneggiatura pare prendersi gioco di lui mentre non è assolutamente deplorevole che un operaio "voglia il figlio dottore", riponga aspettative e speranze nei figli e sia grato all'azienda che ha dato un lavoro  a lui ed un sostegno economico alla famiglia, l'unica critica che si può rivolgere ai tanti torinesi come lui, nativi e non, è quella di non aver capito che se l'azienda ti dava stipendio decoroso, casa a prezzi agevolati, asili, colonie, borse di studio, regali a Natale prima o poi avrebbe voluto qualcosa in cambio.

Un film che gioca sulle contrapposizioni scontate come "operai contro impiegati" e "operai del dopoguerra contro operai degli anni '80" "ingegneri contro operai" "figli acculturati contro figli con bassa scolarità" e che alla fine non fa che avvallare il messaggio che la Fiat diede in quegli anni e che ci ha lasciato una pesante eredità: una "maggioranza silenziosa" poteva insorgere e piegare un manipolo di violenti anti-aziendalisti.

La marcia dei 40.000 è stata una delle vicende più brutte della storia di Torino ma siamo proprio sicuri che tutti gli impiegati fossero contro gli operai come ci hanno fatto credere?

Io posso solo dire che quel giorno non c'era certo la mia amica Gigliola, ex impiegata Fiat e fresca di pensione da poco più di un mese che, nel mostrarmi la medaglia premio che suo padre - operaio italgas - ricevette nel 1945, quasi commossa mi dice "Ma tu pensa come avrei mai potuto marciare contro quelli come mio padre", non c'erano tanti figli di operai che avevano trovato lavoro come impiegati e non c'era neanche la mia mamma che pur rispettando l'azienda non tralascia mai di dirmi "io una porcata così non l'avrei mai fatta".

Con la Signorinaeffe si è persa l'occasione di raccontare queste storie perchè era più facile raccontare il resto, effe ringrazia.

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giugno